Gli spazi queer sono rivoluzionari

Pride 2025

Contro la sicurezza del potere
Lo spazio sicuro siamo noi

Come soggettività queer, transfemministe, marginalizzate, vogliamo spazi sicuri per noi e per tutt3. Ma cosa significa davvero “sicurezza”? Chi la definisce? Chi ne gode? E soprattutto: a quale costo?

Da oltre un anno, la destra al governo ha fatto della parola “sicurezza” un mantra ossessivo, un’arma ideologica con cui giustificare controllo, esclusione, repressione. Parlano di sicurezza, ma noi continuiamo a essere pestatə, molestatə, marginalizzatə, uccisə. La sicurezza che sbandierano non ci appartiene. Non ci protegge. È fatta contro di noi.

Il cosiddetto decreto sicurezza è solo l’ultima tappa di una lunga strategia: rafforzare l’apparato repressivo dello Stato mentre si abbandona chi vive nelle pieghe della precarietà sociale. Vengono aumentati i fondi, le tutele, i poteri delle forze dell’ordine. Viene criminalizzatə chi manifesta, chi organizza mutualismo, chi lotta per diritti, chi si autodetermina fuori dalle norme imposte. Il governo chiama “ordine” la sua guerra ai poveri.

Chiama “sicurezza” il potere delle divise. Ma “sicuro” e “securitario” non solo non sono sinonimi: sono nemici. La sicurezza così come la intendiamo noi non ha niente a che fare con la polizia, con i manganelli, con le retoriche emergenziali. La nostra sicurezza non si costruisce con più repressione, ma con più giustizia. Non con più carcere, ma con più casa, reddito, salute, amore, comunità. Noi crediamo che la sicurezza sia un’altra cosa.

Sicurezza è giustizia sociale. 

È avere luoghi in cui esprimere la propria identità senza paura, senza stigma, senza invalidazione. 

È accedere gratuitamente e liberamente a percorsi di affermazione di genere, senza ostacoli psichiatrici o economici. 

È non dover giustificare la propria esistenza ogni volta che si esibisce un documento. 

È avere le proprie relazioni riconosciute al pari delle coppie etero con i diritti che ne conseguono.

È non dover scegliere tra salute mentale e lavoro, tra identità e sopravvivenza. 

È sapere che la tua materialità – una casa, il cibo, la sanità, l’istruzione – è garantita senza dover scendere a patti con le logiche violente del capitale. 

È sapere che esistono fondi, risorse, politiche che non ci espellano ma ci proteggano, che non ci normino ma ci liberino. 

È investire nella sanità, nelle case rifugio, nell’educazione all’affettività e al consenso, non nei reparti antisommossa.  

Sicurezza è poter contare su una rete sociale forte e solidale, che non lasci indietro nessun*. 

Per questo noi rifiutiamo la retorica della sicurezza securitaria. Rifiutiamo uno Stato che militarizza i territori e abbandona chi non produce profitto. Rifiutiamo un’idea di sicurezza costruita sul sospetto, sulla punizione, sulla paura.

La vera sicurezza la costruiamo noi, ogni giorno, con i nostri corpi, con le nostre relazioni, con la nostra resistenza. Lo spazio sicuro è lo spazio liberato.

È quello che costruiamo collettivamente nelle reti transfemministe, nei momenti in cui ci scegliamo.

Perché la nostra sicurezza non ha bisogno di polizia.
Ha bisogno di comunità, di radicalità, di lotta.

Il patriarcato al governo

Negli ultimi tre anni il governo Meloni ha reso evidente, in modo brutale e sistemico, cosa significhi governare con ideologia patriarcale e ciseteronormativa.

L’attacco alle vite queer non è un effetto collaterale: è parte strutturale di un disegno politico che mira a cancellare ogni forma di dissenso, di alterità, di vita non normata. Siamo di fronte a una restaurazione culturale e materiale che passa per la repressione delle libertà, la censura, il taglio alla sanità pubblica e l’attacco diretto ai corpi non conformi. Sotto la maschera del “buon senso” e dei “valori tradizionali” si nasconde un’agenda reazionaria che vuole rendere sempre più difficile, se non impossibile, vivere liberamente fuori dalle gabbie del genere e della famiglia eteronormata,

Le soggettività queer, trans e non binarie sono state sistematicamente marginalizzate, patologizzate, rese invisibili o criminalizzate. Mentre crescono le aggressioni omolesbobitransfobiche, spesso alimentate da un clima istituzionale ostile, il governo taglia fondi, smantella strumenti di tutela, e alimenta un discorso pubblico violento, che legittima odio, stigma e discriminazione.

L’attacco si è concentrato su più fronti.

Le famiglie omogenitoriali sono state cancellate dagli atti di nascita, dai documenti, dalla narrazione pubblica. È stato impedito ai comuni di trascrivere i certificati esteri dei figli di coppie dello stesso genere, svuotando di fatto la possibilità di riconoscimento pieno e legale della genitorialità queer.

Nel campo dell’educazione, il progetto è altrettanto chiaro: nessuna educazione sessuale, nessuna educazione al consenso, nessun riconoscimento dell’affettività non normativa.

Sul piano sanitario la situazione è ancora più grave. Le persone trans e non binarie devono affrontare un sistema sanitario che continua a essere rigidamente binario, patologizzante, lento, inaccessibile. I tempi per accedere alla terapia ormonale o agli interventi chirurgici sono lunghissimi, le tutele regionali sono disomogenee, e si moltiplicano le voci su possibili schedature e raccolte dati non autorizzate. Mentre aumentano i prezzi dei farmaci ormonali, mentre si taglia la sanità pubblica e si smantellano i consultori, chi ha bisogno di cure e percorsi di affermazione è costrettə a rivolgersi al privato, a indebitarsi, o a rinunciarvi del tutto. La salute delle persone queer, come quella di moltə altrə, è diventata un privilegio di chi può permettersela.

In tutto questo, il governo ha costruito una narrazione tossica per cui rivendicare diritti diventa un privilegio, la visibilità una minaccia, e la liberazione una “moda” da combattere. I nostri corpi diventano campo di battaglia, i nostri desideri bersaglio politico.

Ma noi sappiamo che la lotta queer è, da sempre, una lotta contro la normalizzazione, contro la violenza istituzionale, contro il controllo sui corpi e sulle vite. Non siamo una categoria da tollerare. Siamo una forza viva che rivendica autonomia, autodeterminazione e giustizia.

Famiglie che r-esitono

Le famiglie omogenitoriali sono oggi in Italia uno dei bersagli più espliciti della violenza istituzionale esercitata dal governo Meloni. Il loro attacco è diretto, strutturato, ideologico: una battaglia contro la possibilità che esistano forme di affettività e genitorialità fuori dalla norma ciseteropatriarcale. La famiglia – quella “naturale”, “tradizionale”, “fondata sul matrimonio” – è il feticcio centrale del progetto politico della destra: un’icona sacra da difendere anche a costo di distruggere vite reali.

Con la complicità di prefetti, tribunali e ministeri, il governo ha sistematicamente impedito a sindacə e amministrazioni locali di riconoscere e trascrivere gli atti di nascita dei figli e delle figlie di coppie dello stesso genere. Le famiglie omogenitoriali vengono così riportate a una condizione di clandestinità giuridica: i bambini e le bambine che nascono in queste famiglie non hanno lo stesso accesso ai diritti, alle tutele, alla cittadinanza piena. Esistono, ma per lo Stato non contano.

È una strategia di cancellazione: colpire le famiglie queer per riaffermare che l’unico modello possibile è quello eterosessuale. Le nostre relazioni vengono negate, le nostre genitorialità disconosciute, i nostri legami affettivi considerati illegittimi.

Le famiglie omogenitoriali vengono descritte come deviazioni, eccezioni da contenere, corpi estranei nel corpo sociale. La loro esistenza, invece, è già realtà per migliaia di persone in tutto il territorio. Non sono una possibilità futura: sono qui, ora, e sono volontariamente ignorate dalla legge.

Non si tratta solo di un vuoto legislativo: si tratta di una precisa scelta politica. Lo Stato sceglie ogni giorno di lasciare invisibili queste famiglie. Sceglie di mettere in pericolo i minori che le abitano. Sceglie di dire, apertamente, che certi bambini e certe bambine valgono meno di altrə.

Le famiglie omogenitoriali sono anche, per questo governo, un nemico culturale. Sono la prova vivente che la riproduzione può essere dissidente, che la cura può esistere fuori dal dominio del patriarcato. Che si può creare legame, amore, responsabilità, senza dover replicare il modello familiare eteronormativo. Per questo vanno represse, rimosse, stigmatizzate.

Non accetteremo di essere rese invisibili, silenziate, accettate solo se piegate a modelli che ci escludono.

Una scuola che chiude la mente

Nel nostro paese l’educazione sessuale continua a essere trattata come un tabù, terreno di scontro ideologico e culturale, anziché un diritto e uno strumento di autodeterminazione. Mentre in buona parte d’Europa l’educazione sessuale e affettiva è garantita sin dall’infanzia in forme laiche, scientifiche e inclusive, in Italia siamo di fronte a una scelta strutturata e ben orchestrata.

Il governo Meloni, attraverso la proposta Valditara, vuole subordinare l’educazione sessuale nelle scuole al consenso genitoriale, introducendo l’obbligo, per le scuole superiori, di sottoporre i materiali ai genitori per l’approvazione. Nelle scuole inferiori, l’intervento previsto si limita a una sterile e parziale descrizione biologica. Il risultato è un’educazione controllata, censurata, disinnescata nei suoi aspetti più vitali: identità, desiderio, consenso, piacere, autodeterminazione, orientamento sessuale, genere, affetti. A questo si aggiunge un atto tanto simbolico quanto concreto: il fondo da 500.000 euro previsto dalla manovra 2024 per promuovere l’educazione sessuale e affettiva è stato dirottato verso la formazione sulla fertilità, trasformando una misura potenzialmente emancipativa in un ennesimo strumento biopolitico. I fondi pubblici che dovevano servire a formare l3 insegnanti su sessualità, affetti, prevenzione delle IST, consenso e identità, saranno invece usati per insegnare come “prevenire l’infertilità”, con il chiaro obiettivo ideologico di ridurre la sessualità a funzione riproduttiva e le persone a futuri genitori eterosessuali, bianchə, cisgender.

Questo non è solo un attacco ai corpi e ai desideri delle soggettività queer, ma un’aggressione a tutt3, in particolare a giovani, minori e adolescenti, che vedono negata la possibilità di esplorare, conoscere e nominare sé stess3 in modo libero, critico e consapevole. Un’educazione sessuale e all’affettività degne di questo nome non si limitano a elencare organi e processi biologici, ma è spazio di conoscenza, confronto, rispetto reciproco. È prevenzione delle violenze. È riconoscimento dei corpi tutti.

Un clima violento

In Italia l’odio verso le persone LGBTQIA+ non è solo tollerato: è sistemico, alimentato e legittimato dal potere politico, dalle istituzioni, da settori dell’informazione, della cultura e dell’intrattenimento.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento preoccupante delle aggressioni fisiche contro persone queer, in particolare soggettività trans, non binarie, visibili. Una violenza che non è episodica né “devianza”: è il prodotto diretto di un clima in cui la nostra esistenza viene ridotta a ideologia, provocazione e minaccia.

All’odio sociale e culturale si affianca una crescente stretta giuridica. Il Parlamento ha affossato ogni tentativo di estendere le tutele contro i crimini d’odio basati su identità di genere e orientamento sessuale. Al contrario, si moltiplicano proposte di legge che criminalizzano l’autodeterminazione: dalla retorica contro le carriere alias, l’invenzione del “gender nelle scuole”, alle pressioni sulle strutture sanitarie che offrono supporto alle persone trans. L’effetto è l’isolamento, la marginalizzazione, la patologizzazione delle nostre vite.

Anche il clima culturale internazionale contribuisce a rafforzare la legittimità dell’odio. Figure influenti come J.K. Rowling si sono espresse apertamente contro le persone trans, dichiarando che i proventi dei suoi libri sosterranno gruppi apertamente transfobici. Nel nostro Paese episodi come la strumentalizzazione mediatica contro la pugile Imane Khelif (accusata di essere trans e per questo osteggiata nel suo percorso olimpico anche da figure istituzionali non solo appartenenti alla destra) o l’uso costante dello sport per negare l’identità delle persone trans diventano cavalli di battaglia per una narrazione che disumanizza e cancella.

No pride in genocide 

Il regime sionista sta portando avanti un genocidio contro il popolo palestinese da oltre un anno, che si inserisce in 77 anni di colonizzazione, apartheid e pulizia etnica. In questo contesto, attraversare il Pride senza una presa di posizione chiara e attiva sarebbe un atto di complicità.

La lotta queer non è neutra. Israele da anni utilizza la retorica dei diritti LGBTQIA+ per ripulire la propria immagine internazionale, dipingendosi come “l’unica democrazia del Medio Oriente”, moderna e progressista, in opposizione a un mondo arabo rappresentato come “arretrato, patriarcale, islamico e barbaro”. Questa è una strumentalizzazione della causa queer per legittimare violenza, razzismo e colonialismo. Ricordiamo inoltre che nonostante il rainbow-washing il governo israeliano è un governo ultraconservatore religioso e che i matrimoni omosessuali non si possono celebrare in Israele.

Nel frattempo, la realtà è che bombe israeliane hanno ucciso migliaia di civili. Quartieri interi sono stati rasi al suolo a Gaza. Eppure, chi prende posizione contro questo genocidio viene accusato di antisemitismo o addirittura di tradire la propria comunità. A noi, persone LGBTQIA+, in questi mesi è stato detto di non poter parlare di Palestina, perché lì ci ammazzerebbero. Questa affermazione è non solo falsa e colonialista, ma funzionale a ridurre la nostra esistenza a una pedina geopolitica. I nostri corpi vengono usati come scudi morali per giustificare crimini di guerra.

Non giustificherete un genocidio sui nostri corpi. La nostra lotta di liberazione è anche la lotta per la liberazione del popolo palestinese. Perché nessunə è liberə in un sistema coloniale, e non esiste liberazione queer sotto occupazione. Vogliamo autodeterminazione per i nostri corpi, vogliamo autodeterminazione per tutti i popoli.

In questo contesto, denunciamo con forza la presenza al Milano Pride di aziende sponsor che supportano il regime sionista, direttamente o indirettamente, attraverso il finanziamento di tecnologie militari, la fornitura di servizi allo stato israeliano o la partecipazione attiva nel mantenimento dello status quo coloniale. Tra questi nomi ci sono Google, L’Oréal, ING, Nestlé, Microsoft, Starbucks, Canon. Sono gli stessi soggetti che, mentre rivestono le loro pubblicità di arcobaleni, investono in guerre, sfruttano i territori, precarizzano il lavoro, contribuiscono alla devastazione del pianeta e alla repressione dei corpi.

Il Pride è lotta, ed è dalla parte degli oppressi. Non esiste orgoglio possibile nella complicità con un genocidio.

La lotta non è merch

Ogni giugno le aziende si colorano d’arcobaleno e fiorellini.

Si mettono a parlare di diritti, inclusione, visibilità. Ma quello che mettono in scena non è supporto, è puro e semplice marketing. Le lotte queer vengono quindi svuotate, ripulite, rese compatibili con la pubblicità e con il profitto che le aziende tanto bramano. La nostra storia viene trasformata in campagna pubblicitaria, in calzini colorati e in glitter, mentre la nostra rabbia in brand.

Si sa che il capitalismo assorbe tutto ciò che può vendere. E lo fa anche con le identità che un tempo ha espulso. Ma non c’è nulla di liberatorio in una rappresentazione che esiste solo per vendere. Non c’è liberazione quando la visibilità serve a mascherare la precarietà, lo sfruttamento, la violenza economica.

Il rainbowwashing non è un errore di comunicazione, è una strategia precisa che segue regole ferree. Si chiede a persone queer di prestare il proprio volto a imprese che producono disuguaglianza economica e sociale. Si finanziano pride con aziende che violano diritti, precarizzano lavoro, sfruttano risorse, collaborano con regimi e guerre.

In questo sistema puoi essere queer solo se non disturbi. Puoi essere rappresentatə se sei a norma, pacificə, vendibile. Ma la nostra storia non nasce per essere compatibile. Non è fatta per decorare vetrine ed essere utilizzata per rivendicazioni rivolte al profitto.

Essere queer non è un’identità da mostrare, è una posizione politica. È mettere in discussione l’ordine sociale.  Le nostre vite non sono contenuti, non siamo gli slogan di giugno.

Non vogliamo pride sponsorizzati. Non vogliamo che le nostre lotte siano il palcoscenico di chi, per il resto dell’anno, sostiene il sistema che ci opprime.

Il pride nasce come rifiuto, come scontro, come rivolta e per noi deve restarlo.  

Un mondo queer

La comunità queer non chiede spazio: se lo prende, lo crea, lo trasforma. Non perché voglia essere “accettata”, ma perché il mondo così com’è non ci basta. Non ci basta sopravvivere. Vogliamo vivere. E vivere pienamente, senza mediazioni, senza condizioni, senza adattamenti, semplicemente per quello che siamo.

Essere queer non è solo chi si ama, cosa si desidera o come ci si nomina: è un atto politico. È un modo di abitare il mondo, il quale mette in discussione la famiglia patriarcale, la riproduzione obbligata, il lavoro come unica forma di valore, la proprietà come unica forma di relazione. È un movimento che rifiuta la gerarchia di genere, lo sfruttamento dei corpi, l’idea che esista un solo modo giusto di vivere, desiderare ed esistere.

La cultura queer non è astratta. Nasce dove i nostri corpi sono stati cacciati, ridicolizzati, criminalizzati, e lì ha costruito comunità, cura, resistenza e sapere decostruito. Abbiamo inventato altri linguaggi, forme di famiglia, reti informali, alleanze intersezionali. Non per creare un’eccezione “diversa” e tollerabile, ma per ribaltare la norma e dare voce a chi è stata tolta. La nostra cultura è storicamente un campo di battaglia: fa spazio dove non era previsto.  È danza, clubbing, mutualismo, assemblee, teoria, poesia, cinema, attivismo.

Veniamo da storie di esclusione, ma le abbiamo trasformate in lotta collettiva. Quando lo Stato ci ha voltato le spalle, ci siamo presə per mano. Quando la medicina ci ha patologizzatə, abbiamo creato spazi di cura tra pari. Quando la scuola ci ha cancellat3, abbiamo riscritto noi le nostre storie.

Essere queer significa non accettare più che la nostra esistenza sia tollerata solo se utile al capitale, alla famiglia, alla pace sociale. Significa rifiutare l’idea che si possa essere liberə in una società coloniale, razzista, classista, abilista. Significa sapere che la nostra liberazione è legata a quella di tuttə: delle persone razzializzate, delle sex workers, delle persone migranti, di chi è sfruttatə, precarizzatə, detenutə, marginalizzatə.

Le nostre lotte sono connesse, o non sono.