COVID-19: scienza chiama politica!

Come e perché l’Italia non dovrebbe perdere l’(ennesima) occasione per valorizzare la propria ricerca scientifica, rendendo un servizio al paese


Vista la drammatica emergenza in cui si trova il nostro Paese, abbiamo ritenuto un nostro dovere civico intervenire in quanto scienziati forniti di competenze tecniche e di accesso ad infrastrutture tecnologiche di potenziale pubblica utilità. È evidente la necessità di avvalersi di tutte le infrastrutture e le competenze di alta tecnologia attualmente disponibili sul territorio per contrastare la diffusione del SARS-CoV2 in Italia. In molti altri Paesi (tra i quali Cina, Francia, Austria e Germania) laboratori accademici con elevate competenze sono stati cooptati al fine di fornire apparecchiature e personale per la estensione dei test diagnostici. In Italia esiste una comunità straordinaria di ricercatori che potrebbe contribuire da subito, in maniera molto significativa e a costo zero all’attuale situazione di emergenza”.

Lettera aperta del 24 marzo al Presidente del Consiglio

Inizia con queste parole la lettera aperta del 24 marzo al Presidente del Consiglio Conte, ai Ministri Speranza (Salute), Manfredi (MIUR) e Pisano (Innovazione), ai Dottori Brusaferro (ISS) e Locatelli (CSS), e ai Presidenti delle Regioni d’Italia.

E, già così, fa il suo bell’effetto: considerato che la lettera in poche ore è stata firmata da 290 eminenti scienziati di tutta Italia, significa che c’è una parte consistente dell’università e della ricerca italiane che scalpita nel vedere che la politica, in questo momento difficile, di tutto si occupa, meno che di loro. Non è una novità, lo sappiamo tutti, ma se di solito si tratta di scienziati che chiedono allo Stato più finanziamenti per la ricerca, questa volta è il contrario, cioè sono gli scienziati che offrono le proprie competenze, la propria forza lavoro, le proprie infrastrutture a uno Stato che finora li ha interpellati poco – o meglio: per meno di quanto non siano realmente in grado di offrire.

La situazione italiana

La situazione attuale in Italia è la seguente: i test diagnostici eseguiti (nella forma di tampone naso-oro-faringeo seguito da RT-PCR per geni virali specifici) sono più di 11 000 per milione di abitanti e i casi positivi al Sars-CoV2 confermati sono circa 130 000. Due studi epidemiologici indipendenti stimano a 5-6 milioni i casi totali, compresi gli asintomatici e i non diagnosticati, cioè circa l’8% della popolazione italiana (non hai ancora guardato il nostro video che spiega tutti questi dati? Eccolo qui, tutte le fonti originali sono in calce). I laboratori ufficialmente abilitati dal Ministero per fornire questi risultati erano, secondo la circolare del 20 marzo, 77 per tutta Italia, di cui in Lombardia – l’epicentro dell’epidemia – solamente tre.

Emma Bonino il 1° aprile ha presentato al Senato la proposta dei 290 firmatari, e questo gesto rappresenta la prima risposta della politica all’appello, di cui si era occupato anche un servizio di Petrolio su Rai2. Il 2 aprile, in un’intervista al TG3, la Professoressa Elena Pariani, referente per il laboratorio autorizzato dell’Università degli Studi di Milano, alla domanda su cosa avrebbe bisogno per lavorare meglio ha risposto, senza esitazione: più personale (minuto 4).

Il giorno successivo è stata diramata una nuova circolare del Ministero della Salute che amplia a 152 il numero dei laboratori autorizzati – di cui 21 in Lombardia – ed estende le categorie da sottoporre a test, includendo i casi di infezione respiratoria acuta nelle residenze sanitarie assistenziali, gli operatori sanitari a tutti i livelli, gli anziani con altre malattie, in quanto più esposti a sviluppare una forma grave, gli individui sintomatici in comunità chiuse e, qualora vi siano risorse sufficienti, tutti i pazienti con infezione respiratoria.

Per ora chiediamo che anche in Italia laboratori accademici con elevate competenze siano cooptati al fine di fornire apparecchiature e personale per la estensione dei test diagnostici

Tutto il mondo dell’Università e della ricerca italiane si è mobilitato come ha potuto per offrire il proprio contributo in questa emergenza, donando DPI alle strutture sanitarie, offrendo competenze di modellistica epidemiologica, avviando la raccolta di campioni biologici da stoccare nelle biobanche per l’evoluzione futura della ricerca, lavorando alla messa a punto di un vaccino, di test diagnostici e di terapie da sperimentare in ambito clinico. Ma anche testando la conformità tecnica dei materiali per la produzione di mascherine, progettando nuovi ventilatori meccanici da rendere disponibili su larga scala – e questo non pretende affatto di essere un elenco esaustivo.

Quanto a fondi, invece, il Ministero per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione ha lanciato il bando  Innova per l’Italia, aperto ad aziende, università, centri di ricerca e istituti, con lo scopo di accrescere la disponibilità di DPI, dispositivi medici, kit di diagnosi per il COVID-19 e tecnologie per il controllo e la gestione della diffusione dell’epidemia – ma la natura e la tipologia del supporto statale a chi presenterà un progetto non è ancora stata comunicata. Il Ministero della Salute ha pubblicato un bando per la ricerca su COVID-19 destinato a finanziare “progetti di ricerca, di durata di 12 mesi, mettendo a disposizione euro 7 milioni, provenienti dai fondi per la ricerca corrente degli IRCCS, relativi agli anni finanziari 2020 e 2021”.

Ci sono anche 550 000 euro stanziati da Artes 4.0 “per il finanziamento di progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale che sfruttino le tecnologie 4.0 per fronteggiare la pandemia da COVID-19”. In Lombardia 4 milioni di risorse regionali destinate alla ricerca ospedaliera per il 2020 riassegnati a “progetti di ricerca in ambito sanitario connessi all’emergenza COVID-19” e i 3,5 milioni di euro di Fondazione Cariplo e Umberto Veronesi per la ricerca fondamentale connessa agli obiettivi regionali. Di risorse nuove (non dirottate) si scarseggia, perciò si fa quel che si può, come la Statale di Milano che ha deciso di destinare 100 000 euro dai propri fondi 5 per mille esclusivamente a sette progetti su COVID-19 e ha aperto una campagna di raccolta fondi dedicata, così come l’Università di Padova.

Un esempio europeo: la Spagna

Fare una rassegna completa di com’è la situazione in altri paesi sarebbe pressoché impossibile, ma prendiamo il caso esemplificativo di un paese che, a detta di alcuni media, ha “reagito tardi”.

In Spagna lo stato di emergenza per il COVID-19 è stato dichiarato il 13 marzo e tre giorni dopo è stato pubblicato il primo comunicato del Ministero della Scienza e dell’Innovazione in cui si annuncia che “i centri di ricerca pubblici spagnoli lavorano già da settimane sulla diagnosi, il trattamento e la generazione di vaccini contro il nuovo coronavirus” e che il Ministero è “in contatto permanente con le organizzazioni pubbliche di ricerca per mobilitare risorse, sia materiali che personali, e dare la priorità a queste linee di ricerca”. Dato che gli scienziati italiani hanno dovuto mandare una lettera aperta per finire (si spera) all’attenzione dei politici, pare evidente la diversità di approccio.

Il giorno successivo sono stati stanziati 30 milioni di euro di finanziamento a due tra i centri di ricerca più grandi del paese, l’Instituto de Salud Carlos III e il Centro Nacional de Biotecnología del CSIC, per progetti sul COVID-19 e 15 milioni per le imprese di innovazione tecnologica, con un massimo di contributo pubblico del 70 % per ogni proposta selezionata.

D’altro canto, l’Universidad Complutense de Madrid, su iniziativa di un suo professore ordinario, ha creato una rete di laboratori per contribuire allo sforzo diagnostico sia mediante l’analisi dei tamponi che mediante donazione di reagenti e offerta di personale volontario (6 000 persone), il Barcelona Supercomputing Center ha offerto le proprie infrastrutture informatiche per valutare l’epidemiologia e le conseguenze sociali dell’epidemia, il Comité Español de Matemáticas ha unito le proprie forze per affinare i modelli predittivi da utilizzare per prendere delle decisioni tempestive ed efficaci, la Universidad Europea di Madrid sta progettando e realizzando visiere protettive, e tante altre azioni analoghe sono state intraprese dai centri di ricerca di tutto il paese.

Nell’elenco delle fonti di finanziamento ho volutamente tralasciato i fondi europei e internazionali, perché non possono costituire un termine di paragone per la valutazione dello sforzo economico operato dal singolo Stato, e ho cercato anche di escludere le campagne di raccolta fondi per fronteggiare l’emergenza dal punto di vista ospedaliero, perché il loro impiego è immediato e serve a supplire alle mancanze di materiale, non all’elaborazione di novità di metodo – fatta eccezione per la ricerca clinica sulle terapie.

Cosa si può fare

Da questo pur breve confronto, emerge che le differenze principali tra la situazione italiana e quella spagnola sono due:

  1. Il coordinamento tra autorità politica e comunità scientifica: in Spagna le autorità politiche si sono rivolte con tempestività, attraverso il Ministero, alla comunità scientifica con cui hanno costituito un tavolo di confronto permanente, che ha dato vita in meno di due settimane a una campagna di organizzazione di risorse e volontari, mentre in Italia il governo ha istituito una connessione permanente con le sole competenze sanitarie (CTS), decidendo all’occorrenza di interpellare chi di competenza nelle università o nei centri di ricerca, con un approccio parziale, disordinato e poco efficiente (sono passati più di dieci giorni tra le due circolari ministeriali sull’aggiornamento dei criteri per la selezione dei soggetti da sottoporre a test diagnostici).
  2. L’entità e la tipologia del finanziamento alla ricerca: gli stanziamenti pubblici in Spagna sono molto – è un eufemismo – più consistenti che in Italia e diretti a delle realtà che in Italia si collocano più verso l’utopia che verso la realtà, cioè degli istituti nazionali che comprendono grandi reti di centri di ricerca coordinati per garantire standard comuni e fare massa critica per le infrastrutture costose, che attraggono i finanziamenti e le collaborazioni internazionali.

Un’emergenza come questa è un momento buono per pensare a quante occasioni sono andate perse, in questi anni di malgoverno e di negligenza, per l’università e la ricerca italiane, che – da buoni atleti di resistenza – continuano a chiedere alla politica, a testa bassa, di venire ascoltate. È necessario che siano messe nelle condizioni di poter lavorare con decenza e dignità – esattamente come lo rivendicano i sanitari, oggi più che mai – e che siano poste dove a loro spetta, cioè sulla sedia di uno degli interlocutori privilegiati del governo, almeno in situazioni in cui il parere tecnico è l’essenza della decisione politica, non un’ingerenza.

La scienza nella sua pluralità può offrire il proprio contributo ottimale solo se dispone di risorse adeguate a indagare seriamente i problemi importanti del nostro tempo e se la politica le offre i mezzi, anche istituzionali, di coltivare il confronto e la coesione, per elaborare procedure e pareri comuni (ve la ricordate la proposta della Senatrice Cattaneo sulla costituzione dell’Agenzia per la ricerca in Italia?). Per ora chiediamo che anche in Italia laboratori accademici con elevate competenze siano cooptati al fine di fornire apparecchiature e personale per la estensione dei test diagnostici.

Giulia Colombo – Università degli Studi di Milano-Bicocca

Se a ogni crisi segue una ripartenza, che sia nella direzione giusta!

Ringraziamenti
A tutto il collettivo di Lato B per il supporto pratico e tecnico, la condivisione e l’incoraggiamento.
A tutti voi che state leggendo questo articolo e a coloro che hanno condiviso questo appello!

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